Grande diffusione nell’Italia centrale ha avuto il canto della Passione di Cristo
(Passiò’, come è semplicemente chiamata nell’anconetano).
Per il tono devozionale della narrazione, le Passioni (di eccezionale valore storico e contemporanee alle Sacre Rappresentazioni del XII secolo) sono sicuramente opera della Chiesa o di qualcuno vicino all’ufficialità cattolica.
La Chiesa è riuscita ad inserirsi nella cultura orale dei riti pagani di fertilità esistenti (con un fenomeno di sincretismo perfetto), rendendo popolare la passione di Cristo (anche se il cantore ormai lo ritrasmette meccanicamente, senza rendersene conto. Classico, per questo, l’esempio di un passaggio del canto:
E lle sette gelzumino
la turba llo menò …
Gelsomino per Getzemani, assolutamente incomprensibile, difficile da ripetere e naturalmente storpiato dal cantore.
L’animo popolare anche in questo canto di mestizia, non si lascia sfuggire l’occasione di inserirvi (fenomeno esclusivamente marchigiano) il saltarello finale di richiesta in una esplosione frenetica, quasi “pagana” e liberatoria di gioia e di speranza. Gli esecutori di questo canto popolare seguono ancora l’antico rituale. Lo cantano esclusivamente nei giorni della settimana precedente a quella di Pasqua; nelle case colpite da lutto recente, dopo regolare richiesta dei cantori, ottenutone il permesso dal capofamiglia, lo eseguono senza il saltarello finale di richiesta.
Tratto da: E piangerò per lui spietatamente… La Passione nella Rassegna di Polverigi, Gastone Pietrucci, Mediateca Editrice, 2025, Polverigi.











